1900

Su

 

Poema breve: “conquista difficilissima: quella di congiungere l’essenzialità del metro lirico con la tragicità del discorso, l’angoscia con la limpida inventività dell’immagine.” Giorgio Bàrberi Squarotti

 

 

Poi

non fummo

foglie

né vento

né stelle

 

Trafugati

silenzi

dall’orrido

abisso

vertigine

di pensieri

impossibili

 

L’alba chiara

sul tremolante mare

sulle nostre angosce

di irrisolte solitudini

 

L’attesa

lunga

tormentata

da assurde

violenze

 

Pensieri

parole

accidentati

sentieri

inaccessibili

misteri

 

Splende

lo stesso sole

sui volti

deturpati

sui corpi

mutilati

 

Nel porto sepolto

di quotidiane

sconfitte

naufragarono

le nostre

illusioni

 

I carriarmati

a Budapest

ci trovarono

piccoli

ed inermi

 

A Praga

bruciò

la libertà

nelle carni

di Jan Palach

 

Ora ancora

il delirante

scempio

di corpi

inermi

 

Non abbiamo

imparato

forse

non impareremo

mai

che non esistono

razze

ma uomini

peggiori

migliori

 

Suoneranno lugubri

i rintocchi

di anni bruciati

dall’odio

 

Non fummo

santi

né eroi

 

Crocifissero

ignari

i nostri

entusiasmi

 

Velarono

il cielo

di orrido

velo

 

Caddero

come foglie

d’autunno

nel giardino

della speranza

 

Scivolarono

nella gelida

bara

dell’Isonzo (1)

 

Il grido

soffocato

dal freddo

del Carso

 

Il Piave

mormorò

storie di vite

recise

di occhi

inorriditi

 

Baionette

rosse

di sangue

innocente

 

Dispersero

al vento

le ceneri

 

Nel cuore

nessuna croce manca

E’ il mio cuore

il paese più straziato (2)

 

Cantò il vate

mitologiche imprese

contese

il cielo

all’aquila

imperiale

s’involò

con ali leggere

sull’Alpe sublime

 

E le valli

ascoltarono

meste

il lamento

di Andromaca

infelice

per lo sposo

ucciso

e la patria

distrutta

schiava

inconsolata

di Ermione

 

Nelle cadenze (3)

di ritmi antichi

corpi leggeri

danzavano

al Sole

ed alla Luna

raggelata

di morte

offrivano

il cuore caldo

della vita

 

Offrivano

fiori

le giovani

spose

alla Terra

feconda

Imeneo

invocando

al chiarore

di fuochi

notturni

 

Spartirono

le sue vesti

affondarono

nel costato

ogni violenza

incatenarono

ai rovi

le sue carni

 

Non ascoltarono

i canti

il Sole

e la Luna

 

Gli spiriti

del giorno

e della notte

tacquero

 

Sulla polvere

muta

cigolò

la ferraglia

i cannoni

lacerarono

il silenzio

 

Galoppammo

nuvole di sogni

ci ritrovammo

su cavalli

di frisia

 

Nella steppa melmosa

e gelida

gridarono

antichi

spiriti

Hìe Paiàn (4)

ed il cielo

si chiuse

nero

sulle nostre teste

attonite

senza segno

senza croci

brandelli

di umanità

dispersa

 

Non avemmo

più

lacrime

per la nostra

disperazione

 

Le parole

sassi

la vita

confusa

tra le tante

macerie

 

Relitti (5)

furono

i giorni

di lunga

agonia

 

Marzabotto

Dongo

via Rasella

tragedia

truculenta

 

Piazzale Loreto

scenario

tribale

di macabri

trofei

 

Un sole

nuovo

rigenerò

la terra

 

La pioggia

lavò

il selciato

insanguinato

 

Rimuovemmo

dalle nostre

coscienze

i misfatti

 

I morti

seppellirono

i morti

e con essi

antichi rancori

 

Poi  (6)

si vestirono

di bianco

si cambiarono

le insegne

 

I contadini

a Portella della Ginestra

non furono

martiri

né eroi

 

Avola

Battipaglia

Italia

umiliata

e persa

 

Sventolarono

bandiere

rosse di vergogna

bianche

come le carni

di vittime

innocenti

 

Non fummo

santi

né eroi

ma intera

era la rabbia

del sogno

tradito

 

Si consumarono

le ultime

speranze

nelle piazze

di Genova

e Milano

nelle voci

disperate

dei braccianti

 

I contadini laceri (7)

i calzolai tisici

gridarono

nel silenzio

il tradimento

raccontarono

ai figli

le tristezze

 

Fuggirono

da piazze desolate

infami

affagottata

la dignità

sola ricchezza

Lasciarono la  terra

dolce e   amara

cantando

vecchie nenie

come lamenti             

 

Lontani

nella bruma

gelida del nord

accarezzato

il sogno

del ritorno

 

Fiorai

stracciaroli

verdurai

operai

di giorno

la sera

nei tuguri

freddi

della periferia

malsana

nelle cascine

abbandonate

della padana

 

Gridarono

al miracolo

in questo

Paese

dove la sofferenza

dei poveri

è una virtù

per santi

 

Avola

Battipaglia

una grido

una speranza

 

Pinelli

Calabresi

la strage

di Milano

di Brescia

un avvertimento

 

Mistero

anni di mistero

e di terrore

di speranze

mortificate

di tragedie

consumate

 

Anni

di piombo

con vittime

innocenti

in un Paese

dilaniato

da vecchi

e nuovi

prepotenti

 

L’indignazione

falsa

fu la bara

di Aldo Moro

fu il viatico

per nuove

avventure

 

Indignazione

bugiarda

per Russo

Terranova

La Torre

Mattarella

Dalla Chiesa

Cassarà

Falcone

Borsellino

per i figli

che non vedranno

più i padri

per le spose

che grideranno

inascoltate

il loro

strazio

 

Ci hanno

spogliati

derisi

venduti

 

Son caduti

i muri

Abissi

profondi

hanno segnato

i limiti

delle nostre

coscienze

 

Non abbiamo

più lacrime

per le donne

violentate

i bambini

umiliati

 

Dio

ci ha lasciati

nella terribile

solitudine

in una terra

impazzita

in una notte

infinita

   

                     S.B.T., marzo 1993

 

note:

(1) La grande guerra

(2) G. Ungaretti “ San Martino del Carso” - 27 agosto 1916

(3)  Guerre coloniali

(4)  “ scaglia colpendo “ invocazione malaugurante che si faceva ad Apollo prima di una battaglia

(5)  La guerra di liberazione

(6)  Trasformismo politico

(7)  Rocco Scotellaro “ Liberate, uomini, il carcerato” (Napoli, 1946)                                          

       

        Pubblicato su:  Vernice Anno II  n. 6/7, ed. Genesi - Torino 1997